Simone Bigongiari career counselor

I consigli di un career counselor: intervista a Simone Bigongiari

Intervista, Lavoro e carriera, Multipotenzialità Commenti (0)

Turismo, carriera e multipotenzialità.

Simone Bigongiari è career counselor e blogger. Ho scelto di intervistarlo perché ogni giorno è a contatto con ragazzi che stanno costruendo la propria carriera tra desideri e incertezze. Con Simone abbiamo parlato di lavoro (anche del suo), di carriera (con particolare attenzione al settore turistico) e, trasversalmente, di multipotenzialità (con qualche consiglio per presentarsi al meglio su LinkedIn). E perdonami se ho approfittato di questa intervista per una consulenza personale 🙂

Ciao Simone, andiamo subito al sodo: di cosa ti occupi?

Per brevità potrei dirti che ho una sola attività: orientamento professionale. Poi tutte le altre cose che faccio sono infiorescenze di questa grande macroarea. Mi definisco Career Counselor perché orientatore in Italia ha un significato ampio e troppo spesso distante da quello che è invece il mio lavoro. Aiuto le persone a scegliere partendo sempre da chi sono realmente. Mi pongo accanto alla persona e cerco di comprendere insieme a lei cosa possiamo valorizzare, su cosa occorre puntare, quale formazione è necessaria per raggiungere l’obiettivo: trovare il lavoro desiderato. Talvolta questo “viaggio” inizia senza che l’altra persona abbia la minima idea di cosa fare concretamente. Mi piace molto ascoltare gli altri e raccontarne le storie.

Il mio lavoro si svolge anche in “un’altra dimensione”, quella online grazie al mio blog La divina carriera. Ho capito che anche dal web è possibile aiutare chi deve cercare o cambiare un lavoro quindi deve essere sempre attento alle evoluzioni del mercato. Questa attività, per quanto connessa a quella di career counselor, richiede competenze e abilità come la scrittura per il web, la gestione di un blog e dei profili social. È stata una bella sfida per me!

Lavoro in Fondazione Campus dove sono il responsabile del Career Service dei corsi universitari e professionalizzanti e collaboro come associato con Purple&People, azienda svizzera che opera sul cambiamento. Faccio parte inoltre di FiordiRisorse, una business community che mette in relazioni manager e imprese. In più tengo una rubrica sul lavoro in una tv di Lucca.

Ho poi molte passioni che esulano dal mio lavoro, ma che riempiono le mie giornate: una su tutte quella di fare il genitore. Il tempo passato con i miei figli, è un tempo diverso, completo che cerco di “catturare”, nella frenesia del quotidiano, il più possibile. Adoro leggere storie con il kamishibai, il teatro di carta giapponese, sono appassionato di comunicazione e di cinema.

Di cosa è fatta la carriera di un career counselor?

In poche parole supporto le persone in tutto il percorso necessario a trovare il lavoro più adatto a loro. In Fondazione Campus mi occupo di tutto il processo di orientamento professionale di ogni singolo studente dei vari corsi. Parto con attività in aula e di gruppo sull’importanza di prepararsi correttamente al mondo lavorativo. Insieme affrontiamo la costruzione del cv, la preparazione per il colloquio, la creazione di un piano per il personal branding. Inoltre lavoriamo su competenze come il problem solving, l’intelligenza emotiva, la motivazione, il public speaking e altre.

Poi proseguo con colloqui individuali cercando di scoprire i talenti, le attitudini e i desideri di ogni studente. Mi occupo anche di organizzare lo stage più coerente possibile con le aspettative dello studente. Una volta tornati dallo stage offro una consulenza professionale per aiutarlo a individuare le opportunità lavorative più adatte.

Faccio qualcosa di simile anche nelle scuole superiori dove aiuto gli studenti a scegliere il proprio futuro. Allo stesso modo, in Purple&People mi occupo della PurpleFormula: un servizio che supporta gli studenti, a partire dalla scuola superiore, a scegliere la propria strada professionale con consapevolezza.

Anche se ho finito la scuola da un bel po’ non ho mai smesso di studiare: mi sento un po’ come uno dei tuoi studenti. Ho incontrato la persona giusta allora! Prima di trasformare questa intervista in una consulenza voglio chiederti qualcosa sulla multipotenzialità. Ti è capitato di usare questa parola con i tuoi studenti? Che effetto ha fatto? La conoscevano?

Sì, mi è capitato spesso e la maggior parte delle volte gli studenti mi hanno chiesto maggiori informazioni. A molti di loro la parola multipotenzialità sembrava utile ad “alleggerire l’esistenza”. Mi spiego meglio. Immagina degli studenti intorno ai 20-25 anni con poche idee sul proprio futuro professionale: a volte parlare di multipotenzialità li rende più tranquilli, forse perché pensano di avere una molteplicità di sbocchi possibili. Credo li faccia sentire meno vincolati a una scelta. Dare un nome alla loro incertezza diventa un modo per riflettere su sé stessi e sul valore che le diverse competenze possono apportare alla propria carriera professionale. Forse è per questo che associo l’inquietudine alla multipotenzialità. E questo per me non è affatto negativo!

Sono fermamente convinto che la soluzione non sia trovare un lavoro prima possibile, ma ricercare il lavoro che ci appaga e che ci dia felicità. I giovani hanno paura di sbagliare il percorso, convinti che dopo rimettersi sulla strada giusta sia impossibile. E questo li rende inquieti e insicuri. Ma non è vero!

Parlare di multipotenzialità non è modo per giustificare un “girare a vuoto”, ma per affermare l’importanza di sperimentare e scegliere con consapevolezza nel corso della propria vita.

Niente scuse insomma… Tempo fa, in un’altra intervista, mi hai detto che durante le tue lezioni parli spesso delle caratteristiche e degli approcci tipici della multipotenzialità. Perché sono così importanti? Come può essere utile questo approccio “molteplice” nel settore turistico?

Nel panorama professionale attuale si stanno codificando professioni che non hanno una mansione precisa e costante. Nello stesso contesto professionale si possono moltiplicare nuove e più evolute mansioni. Faccio alcuni esempi. Nel nostro paese un’azienda turistica molto diffusa è quella delle cantine, intesa come struttura ricettiva particolare. Tante hanno un resort, un b&b, un agriturismo per accogliere i turisti, altre (la maggior parte) offrono la possibilità di una visita guidata nell’azienda, la degustazione dei prodotti tipici del territorio abbinati ai vini prodotti dall’azienda, organizzano eventi di vario genere (matrimoni, fiere di settore, congressi). Solitamente queste realtà sono a conduzione famigliare e di piccole dimensioni. Così, inevitabilmente, la persona addetta all’accoglienza della cantina, si occupa anche della visita guidata e dell’organizzazione di eventi e degustazioni. Stiamo parlando di quattro o cinque professioni diverse, tutte svolte da una sola figura professionale. Per fare questo non serve una persona multitasking, ma qualcuno con più potenzialità, abilità e stimoli realizzativi. Non serve qualcuno che svolge vari lavori in momenti diversi o anche contemporaneamente, ma un soggetto che maturi professionalmente differenziando gli approcci ai molti lavori da svolgere. Credo che nel turismo un multipotenziale possa affermarsi ed esprimersi al massimo livello, proprio per l’unione di diverse competenze nello stesso ambito professionale.

Quali sono oggi le sfide per lavorare nel settore del turismo?

Senza dubbio possedere la competenza all’accoglienza. Dirò una cosa banale per chi è del settore, ma ti assicuro che ancora non è presente in maniera sistematica in ambito turistico. Talvolta si pensa all’accoglienza come a una competenza tecnica. Si pensa che per accogliere sia necessario applicare determinati canoni di relazione con il cliente o il turista. Ma non è così. L’accoglienza si costruisce conoscendo bene culture, usi e costumi di persone provenienti da territori diversi dai nostri, ma soprattutto è una competenza trasversale che ne implica altre come l’empatia, la capacità di risolvere problemi e la gestione del tempo tuo e dell’altro. Sempre più strutture mi richiedono giovani “svegli”, empatici, entusiasti. Non per nulla una delle figure professionali più richieste è il guest relations, ovvero la naturale evoluzione del front-office manager, cioè di quella persona che è a stretto contatto con il cliente e lo supporta in molte sue necessità che vanno oltre il semplice check-in o check-out di un albergo.

Molto interessante. Anche perché a 19 anni il turismo era il mio settore, ma poi scelsi un’altra strada. Quindi ti chiedo: quale consiglio puoi dare per trovare l’equilibrio tra le capacità e le ambizioni di una persona e la “strada da scegliere” (qualunque essa sia)?

È sempre importante partire da se stessi e capire chi siamo. Solo conoscendoci possiamo porci degli obiettivi e capire quale è la figura professionale più adatta e giusta per noi. Giusta non significa affatto più semplice o più immediata, ma è la figura professionale che si cuce addosso a noi, nonostante il grande impegno necessario per farla nostra. Il mio consiglio è quello di sederti di fronte a una scrivania vuota con un foglio bianco e scrivere le tue priorità, le tue necessità, le tue competenze. Il disegno si delineerà da solo. Leggere le proprie caratteristiche nero su bianco è già un grande passo per l’autoconsapevolezza. Sembra una pratica zen, ma non lo è. Oggi c’è una grande agitazione e impazienza nel dover scegliere chi essere nel quotidiano; invece, a livello lavorativo e professionale, concedersi del tempo per stare da soli con se stessi è più importante di mille consigli dati da esperti. Solo se partiamo da noi stessi sappiamo quale strada percorrere.

Ti presento un caso umano. Eccomi: impiegato, libraio, scrittore. Vengo da te e ti dico “Aiutami Simone!”. Qual è la prima domanda che mi fai?

Ti chiedo: qual è la caratteristica che accomuna tutti questi aspetti? Credo nella multipotenzialità e credo negli aspetti comuni tra le professioni. Ti faccio un esempio. Quando ero piccolo ero molto bravo a utilizzare i sistemi operativi in voga nel periodo come il DOS o le prime piattaforme Windows, e i miei vicini di casa più “deboli” nella conoscenza del computer mi chiamavano per risolvere loro piccoli problemi, come installazione dell’antivirus, pulizia delle cartelle e piccoli problemi legati alla memoria RAM. Crescendo ho svolto altri lavori tra cui il commesso da Blockbuster durante gli anni in cui stavo terminando l’Università e mi preparavo alla tesi di laurea. La cosa che mi divertiva molto in questo lavoro era che potevo consigliare film che avevo visto ad altre persone. Poi ho fatto per tre anni il consulente per eventi e vari uffici stampa: aiutavo le persone a realizzare eventi efficaci e a promuoverli. Ora sono responsabile del career service della Fondazione Campus e mi trovo quotidianamente a dare consigli a studenti e aziende sui cv, su come rendere efficace un annuncio di lavoro, ecc. E poi scrivo molto. No, non voglio tediarti con il mio cv, ma farti notare che le mie esperienze, seppur diversissime, hanno un comune denominatore: dare consigli ad altri, aiutarli, entrare in empatia con i clienti, le aziende e gli studenti. Questa è la domanda che devi farti: cosa è veramente importante per te? Questo ti permette do avere una chiave di lettura riguardo i vari lavori che svolgi e cosa vuoi fare. E questo secondo me aiuta molto anche nella comunicazione e nel narrare coerentemente il tuo lavoro per il tuo brand personale.

A proposito di personal branding, dacci qualche consiglio per un multipotenziale su LinkedIn: cosa fare e cosa no.

Secondo me un multipotenziale su LinkedIn ha vita difficile perché il social network professionale per eccellenza non deve essere paragonato a Facebook in cui puoi spaziare nelle tante sfaccettature della tua personalità, ma devi mirare il più possibile a uniformare la tua storia. Attenzione, questo non vuol dire che la multipotenzialità sia una caratteristica da reprimere, anzi. Però non possiamo neppure mettere sotto il nome e cognome dieci lavori diversi altrimenti non attraiamo chi ci cerca per una determinata figura professionale. Faccio un esempio: se sto cercando un esperto di marketing e trovo un profilo che scrive nel titolo professionale scrittore, docente, informatico, esperto di marketing, cuoco, mi viene da pensare che per l’estrema varietà dei profili in qualcosa sia più bravo e in altri meno, quindi non ho completa fiducia del professionista. Se invece metto un titolo riferito al fatto di essere attento al modo in cui porsi con gli altri, a valorizzare prodotti e servizi e curare il modo in cui facciamo le cose, il profilo mi incuriosirà e vorrò approfondire. Tutto sta nel come scegliamo di narrare la nostra professionalità e, come ci insegnano i grandi scrittori, più la storia è semplice (anche se complessa nell’evoluzione delle vicende) più raggiungerà un vasto pubblico. Quindi credo che non dobbiamo esagerare con i titoli professionali nella headline, ma è meglio scegliere un testo che riporti la chiave di lettura univoca della tua professionalità.

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Il bello di interviste come questa è che poi ti senti in dovere di passare dalle parole ai fatti. Quindi torno a lavorare sul mio profilo Linkedin, ma prima di tutto… scrivania vuota e foglio di carta bianco!

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Scritto il 15 Aprile 2019
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