lavoro multipotenziale

Vi ricordate del giornalista argentino?

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Avete già letto il post Lei conosce il suo lavoro, lei sa fare il suo lavoro?

Ci stavo ripensando durante questi giorni: sarebbe stato davvero interessante continuare a parlare con quel signore.

Avrei potuto dirgli: questo non è il mio lavoro!

Cosa mi avrebbe risposto secondo voi?

Riassumo brevemente: un giornalista argentino di 86 anni è entrato nella libreria dove saltuariamente lavoro e mi ha chiesto dei libri su Isabella Farnese. Abbiamo fatto un’accurata ricerca, ma lui li aveva quasi tutti e in libreria non c’era nulla che potesse interessargli. Andando via si è complimentato con me dicendomi “Lei conosce il suo lavoro, lei sa fare il suo lavoro”.

Ho ripreso il nostro dialogo proprio da dove è finito nella realtà.

– A dire il vero, … questo non è il mio lavoro.
– Come non è il suo lavoro? Cosa ci fa qui? Non sembra essere un cliente!
– (avrei sorriso prima di parlare) Sì, sì, ha ragione, ma è un lavoro, diciamo… temporaneo.
– Cioè se io torno domani non la trovo?
– No, domani non mi troverà.
– E neanche dopodomani?
– No, neanche.
– E domenica?
– Neanche domenica sarò qui.
– E quando la troverò?
– Non saprei… dipende da quando si crea un buco.
– (me lo immagino pensieroso) Quindi lei è una riserva!
– Esatto!
– Significa che c’è qualcuno più bravo di … ci diamo del tu, eh … qualcuno più bravo di te.
– Sì, molto probabilmente, oppure… insomma, sono dinamiche complesse.
– Comunque sei bravo. Ti piacerebbe fare questo lavoro?
– Sì, molto, è un lavoro che sento mio. Eppure mi guadagno da vivere con altro.
– E cosa fai?
– L’impiegato.
– Ah, che disastro! Per poter vivere bisogna fare due lavori, uno non basta più. E alla fine non si è bravi a fare nulla.
– Anzi, a volte due non bastano neanche… dipende come ci si sente.
– Quanti ne servirebbero?
– Io sono anche uno scrittore.
– E cosa scrivi?
– In generale scrivo di impiegati che si sentono librai e scrivono la mattina all’alba e… di quello che stiamo facendo adesso.

A questo punto immagino materializzarsi un bel punto interrogativo sulla faccia del giornalista.

Generazioni che si confrontano sul lavoro. Lei mi ha detto in maniera molto chiara di essere un giornalista. Ha fatto questo mestiere per anni, lo sente suo, si sente giornalista anche oggi immagino.
– Esatto. E ti sto intervistando!
– Appunto. Lei pensa di intervistare un libraio, ma io stasera smetto di cercare libri su Isabella Farnese e domani mattina inizio a fare altro. E domani sera altro ancora.
– Ma così non sai mai chi sei… il lavoro sta proprio cambiando… in peggio.
– Sì, il lavoro sta cambiando sia nella forma che ne contenuto. Non so se è un peggioramento rispetto a cinquant’anni fa. È vero, nulla è sicuro, probabilmente il libraio non sarà mai il mio lavoro o forse sì. Oppure farò carriera nell’azienda in cui lavoro e sarò felice. Quello che so è che tutto questo “movimento” mi permette di sperimentare più cose, capire cosa mi piace e chi sono.

Immagino il giornalista con in mano un piccolo taccuino, probabilmente un Moleskine, su cui sta scrivendo con un mozzicone di matita sfilato dal taschino della camicia. E guardandolo mi viene un’idea.

– Avanzo una proposta: cambiamo i ruoli. Sono io che la intervisto. Voglio provare a fare il giornalista, vediamo come me la cavo.

Quindi prendo il mio smartphone e inizio a fare un video, intervistando il giornalista argentino. Lui sorride. Parliamo di lavoro, del mestiere di giornalista e di quanto sia difficile capirsi tra generazioni diverse, ognuno con le proprie paure e ambizioni.

Lo so, nella realtà sarebbe impossibile un dialogo così fluido perché durante questo scambio di battute almeno dieci clienti ci avrebbero interrotto.

Mi piace però immaginare questo dialogo come una introduzione a riflessioni che stanno particolarmente a cuore a noi multipotenziali.
Senza limitarci a parlare di flessibilità e precariato, quel cliente speciale ed io avremmo potuto cogliere le potenzialità di una condizione lavorativa aperta. E capire quindi che possiamo prendere parte a un mutamento del lavoro già in atto che ci chiede di essere sempre più gli artefici della nostra carriera.

 

 

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Scritto il 22 agosto 2018
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