Novecento La leggenda del pianista sull'oceano

Quale lavoro fare da grande?

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Quante risposte avete a questa domanda?

 

Ricordate Novecento, il monologo di Alessandro Baricco? Esatto, quello dal quale è stato tratto il film La leggenda del pianista sull’oceano.

A un certo punto c’è lui, Danny Boodman T. D. Novecento, che sta scendendo i gradini del piroscafo Virginian per andare dove non era mai stato prima: sulla terra ferma.
Anni prima era stato abbandonato in una cassa di limoni e trovato da un macchinista della nave che si è preso cura di lui. Crescendo, è diventato un grandissimo pianista, unico al mondo per bravura e originalità, anche perché non ha mai lasciato la “sua” nave.

Se avete visto il film non potete non ricordare la scena dei gradini. Novecento è lì, su quei gradini e non riesce a scendere. Davanti ai suoi occhi c’è la grande città con i suoi abitanti, le strade, i negozi. Lui è lì, con il suo bel cappotto lungo, pronto a mettere piede sulla terraferma. Dovrebbe firmare un contratto discografico, incidere la sua musica ed esibirsi in giro per il mondo. In poche parole diventare un pianista famoso. Ma perché questo accada deve scendere dalla nave, confrontarsi con il mondo. E lui sceglie di non farlo.
È tutto già scritto, ma lui decide di tornare sulla nave.

 

Cristo, ma le vedevi le strade?/
Anche solo le strade, ce n’era a migliaia, come fate voi laggiù a sceglierne una/
A scegliere una donna/
Una casa, una terra che sia la vostra, un paesaggio da guardare, un modo di morire/
Tutto quel mondo/
Quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce/
E quanto ce n’è/
Non avete mai paura, voi, di finire in mille pezzi solo a pensarla, quell’enormità, solo a pensarla? A viverla…

 

Novecento La leggenda del pianista sull'oceano

 

Davanti a tutta quella varietà, immaginando le tante possibilità – le donne, i paesi, le strade – Novecento si sente smarrito. Come si può non aver paura di essere fatto a pezzi da quell’enormità? Si chiede.

Per certi versi sono i timori dell’uomo che vive ogni giorno nel secolo di cui il pianista porta il nome.
Il Novecento è il secolo dell’uomo che è uno, nessuno e centomila, dell’umanità spezzata, fragile e ferita dei versi di Ungaretti, delle prospettive frammentate del cubismo e delle altre avanguardie. Il Novecento è il secolo elettrico delle città luminose, delle automobili, del jazz, delle guerre terribili. In queste condizioni, all’uomo sembra di perdere la propria strada, la propria identità a volte.

In fondo sono i timori dell’uomo di ogni tempo e lui trova sempre un modo per raccontarli, rappresentarli, superarli oppure no.

Novecento, il pianista, al solo pensiero di quell’enormità torna sui suoi passi e sceglie la sicurezza della nave. Torna nel ventre dove è nato – moderno, fatto di ingranaggi e musica, ma sicuro – rifiuta di entrare in quel mondo terreno e adulto in cui, volenti o nolenti, si fanno delle scelte: si sceglie una donna, una terra, una strada.

Già, ma come fanno gli uomini a scegliere una strada tra le tante possibili? Come si capisce quale è la strada giusta?

Sono domande che in un modo o nell’altro ci poniamo mentre diventiamo adulti, quando tutto sembra possibile ma a volte nulla è davvero realizzabile.

 

 

Cosa fare nella vita? Quale lavoro scegliere? Quale carriera fa per me?

 

Sappiamo quanto è importante seguire una carriera che ci faccia sentire realizzati, svolgendo un lavoro che sentiamo nostro, il quale costituisce un mattone importante della nostra personalità e identità.

Pensiamo a quanto sia cambiata la scuola negli ultimi 70 anni. Almeno in Italia, l’accesso agli studi e l’ampliarsi dei percorsi formativi è andato crescendo a partire dal secondo dopoguerra. Si sono definitivamente aperte nuove prospettive di crescita professionale, impensabili fino a pochi decenni prima.

Oggi abbiamo una offerta formativa molto ampia, fatta anche di specializzazioni, master e diversi corsi di formazione privata e aziendale. Possiamo scegliere percorsi importanti per la nostra formazione, cimentarci in varie attività, iscriverci a corsi a distanza, reinventarci professionalmente o specializzarci.
Se voglio, domani posso anche iniziare a frequentare un corso su qualcosa che non ha nulla a che vedere con il mio attuale lavoro. E magari trasformarlo nel mio futuro lavoro.
Oppure posso lavorare a un progetto laterale al mio lavoro principale.

Questa varietà introduce però altri interrogativi. Ci chiediamo: cosa mi serve davvero? Come posso spendere al meglio le mie risorse? Quale ulteriore percorso di studi può essermi utile e in che modo?

Possiamo integrare nuove competenze a quelle già acquisite, sviluppare nuove capacità, coltivare delle passioni che magari nel tempo giocheranno un ruolo molto importante nella nostra carriera.

Barbara Kerr (psicologa dell’educazione e docente di psicologia del counseling) e Tamara Fisher (si occupa di pedagogia e dell’educazione di bambini dotati) hanno dialogato con gli studenti quindi compreso i loro stati d’animo e le problematiche presenti nel processo di pianificazione e sviluppo delle carriere in età scolastica.
Le studiose hanno analizzato le risposte di ragazzi e ragazze evidenziando come alcuni di loro hanno le idee molto chiare riguardo la carriera da intraprendere, altri sostengono invece più interessi e passioni nei quali si sentono abili o ai quali vorrebbero dedicarsi. Per questo si sentono smarriti e non sanno scegliere.
Il rischio è quello di diventare inconcludenti oppure di lasciare la scelta agli altri, ad esempio ai genitori, poiché la nostra cultura ci insegna che dobbiamo prendere una strada, quanto più definita possibile.

Anche nel mio caso, la mia scelta di iscrivermi a Lettere dopo l’istituto tecnico commerciale ha fatto aggrottare la fronte a molti. Fortunatamente la mia famiglia non ha contrastato la mia volontà.

Alcuni ragazzi in età adolescenziale hanno le idee molto chiare sul loro futuro lavorativo e spesso raggiungono i loro obiettivi. Altri sono immersi tra diversi interessi e riconoscono i propri talenti in più materie e in più campi. Per loro risulta più difficile scegliere.

Dobbiamo però capire che non è necessario fare una scelta e costringersi a quella in eterno, ma si possono valutare altre soluzioni nel corso della propria vita, accorgersi di ulteriori strade che vogliamo percorrere, cercando di attribuire a ogni attività il giusto ruolo nella nostra vita.
Dobbiamo riuscire a tenere aperte più porte, a rendere percorribili le strade che intendiamo scegliere. Soprattutto se siamo convinti del loro valore, anche se sono strade laterali, che inizialmente sembrano di poca importanza.

 

Cosa fare da grande

 

Avere più risposte alla domanda Che lavoro vuoi fare? non è sbagliato!

 

Non dobbiamo privarci dei nostri talenti e impedirci di coltivarli. Non possiamo mettere nel ripostiglio una parte di noi e magari lasciare che qualcun altro scelga il nostro percorso di studi e lavorativo: la nostra carriera.

 

Col mio cappello blu/
primo gradino, secondo gradino, terzo gradino/
Primo gradino, secondo gradino, terzo gradino/
Primo gradino, secondo/
Non è quel che vidi che mi fermò/
È quel che non vidi/
Riesci a capire, fratello? è quel che non vidi… lo cercai ma non c’era, in tutta quella sterminata città c’era tutto tranne/
C’era tutto/
Ma non c’era una fine. Quel che non vidi è dove finiva tutto quello. La fine del mondo/
Ora tu pensa: un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu sai che sono 88, su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti, loro. Tu sei infinito, e dentro quei tasti, infinita è la musica che puoi fare. Loro sono 88. Tu sei infinito. Questo a me piace. Questo lo si può vivere.

 

Ha ragione Novecento: noi uomini siamo infiniti!
Ognuno di noi è infinito, ma quelle strade, che ci fanno paura perché sembrano non aver fine, non sono nient’altro che noi stessi. Non sarebbero nulla senza di noi che le scegliamo per camminarci sopra. Siamo noi che diamo un senso alle nostre strade, ai nostri percorsi. E così componiamo la sinfonia della nostra vita, una colonna sonora originale e molteplice, che ci rappresenta e ci fa sentire realizzati, a cominciare dagli studi e dal lavoro.

 

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Scritto il 15 giugno 2018
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